Self help: è ancora sufficiente?

Marian Donner, autrice del libro Manuale di autodistruzione, spiega perché i manuali del self help producono falsi miti e in cui sostiene la tesi che non siamo noi ad essere sbagliati, ma il mondo in cui ci troviamo. Di questi argomenti la Donner parlerà anche al festival Spiegamelo! – il primo festival italiano sulla divulgazione – che si terrà a Salsomaggiore dal 24 al 27 settembre. Lo farà sabato 26 alle 16.30 (al Parco della Piscina Leoni)  insieme alla psicologa Valeria Locati che spiega i 5 falsi miti per eccellenza sul self help: 

1. Il mito dell’indipendenza genera solitudine 
Chiedere agli esseri umani di essere forti e indipendenti assomiglia molto a un esercizio di discriminazione e di potere. Fare tutto da soli non conferisce un premio migliore alla fine della partita e il mito dell’indipendenza rischia di condurre alla solitudine. Non siamo tutti uguali e non partiamo dalle stesse storie. Non è detto che si debba per forza crescere: a volte può essere meglio stare. 

2.  “Conosci te stesso” è meglio che “essere superuomini”
Ci dicono che lo stress, l’ansia, la preoccupazione, la dipendenza e la paura non sono mostri da distruggere con la forza di volontà. Spesso però sono campanelli d’allarme da ascoltare e non da sopprimere: ci dicono qualcosa di noi, segnalano un pericolo, lavorano per noi anche quando li ignoriamo. Liberarcene senza comprenderli sarebbe come farci un autogol. 

3.  Se vuoi… puoi? 
La forza di volontà è la via maestra per il senso di colpa, di inadeguatezza e di inferiorità. Il mito del “se vuoi, puoi” ha preso a colpi di accetta tutte le sfumature dell’equilibrio psicologico umano e ha eliminato il contesto socio-culturale in cui siamo inseriti. 

4. Nessuno si salva da solo

La relazione con se stessi (self), seppur onnipresente, non è sufficiente per sentirsi meglio e affrontare il dolore.

5. Ricetta sì, ma solo in cucina!

Le regole, le ricette, le liste, i consigli e i trucchi per fare qualcosa sono una trappola per chi vuole stare bene e non affrontare le difficoltà. Da un lato offrono una visione semplificata della vita e ammaliano; dall’ altra, non potendo tenere conto delle preziose differenze individuali, portano al fallimento e a quella sensazione di non essere stati in grado di mantenere i buoni propositi.

Cosa fare allora? Non c’è una soluzione pronta all’uso, ma allenare il pensiero e lo sguardo critico possono aiutarci a renderci persone migliori e a capire che, come dice la Donner: “Questo è un mondo che punta sempre al più e al meglio, dove niente è mai abbastanza e dove bisogna essere sempre più produttivi, soprattutto per consumare di più, preferibilmente con il sorriso sulle labbra. Ma anche un mondo in cui nel frattempo lincertezza e la disuguaglianza crescono, le reti di protezione scompaiono e la maggior parte della gente soffre di una mancanza cronica di tempo e di senso della vita. In un mondo del genere non bisogna chiedersi in che modo possiamo ancora migliorare noi stessi. In un mondo simile, bisogna chiedersi come fare a essere il più sovversivi possibile nei confronti di un sistema che ci mortifica tutti”.  Parola d’ordine, resistenza, come racconta la dott.ssa Valeria Locati:

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