L’elefante e il topolino

di REDAZIONE WELLTRIBUNE.IT · PUBBLICATO 1 APRILE 2019

L’elefante e il topolino

Dai tanti casi di amici, parenti, colleghi, allieve, che ho potuto vedere, ho constatato che il “mettersi a dieta” equivale quasi ad un “senso di espiazione”, più o meno latente in noi per motivi spesso culturali. Ora assecondare ciò, se da un lato porta benefici (temporanei) dall’altro non eradica il problema di fondo. Per coloro i quali il cibo è una “coperta di Linus” e non solo un mezzo per sfamarsi, una qualunque dieta – anche la più nuova, reclamizzata e rivoluzionaria – non sortirà effetti duraturi. Per alcune persone mangiare dà un soddisfacimento immediato, facile e (apparentemente) poco costoso, una risposta emergenziale al senso di solitudine e alla conseguente tristezza causata da frustrazioni di qualsiasi tipo (affettive, professionali, etc). Così facendo, però, si va ad aggiungere un problema su un altro, credendo di compensare il vuoto lasciato dalla causa iniziale del problema, senza riuscire ad affrontarlo perché non ci si reputa capaci di farlo. E quando ci si rende conto del punto di non ritorno, in genere è tardi: non è facile uscire dalla dipendenza che provocano a livello organico alcuni cibi (leggi zuccheri), anche quando ci si rende conto di aver compromesso il nostro metabolismo. L’unica cosa giusta da fare è correre ai ripari e subito. Come? Ripercorrendo a ritroso – con l’aiuto di psicologi esperta di disturbi del comportamento alimentare – la strada che ha portato al momento in cui si è perso il controllo sul cibo. Lo specialista individuerà il momento biografico del paziente in cui si è rotto un equilibrio naturale, istintivo e fisiologico e si è iniziato ad assumere un comportamento compulsivo, dipendente, patologico. Il cibo può dare dipendenza né più né meno del gioco, dell’alcol, delle droghe, perché chiama in causa gli stessi neurotrasmettitori. 1) Il primo passo per aiutarsi, quindi, è ammettere di essere in qualche modo “malati”, 2) poi pattuire una sorta di “contratto” con lo specialista (ottimo è la scuola psicologica di metodo transazionale, per esempio) da onorare seriamente, pena lo rescissione dello stesso e, last but may be first, 3) cominciare a riconoscersi come individuo – individuo fatto non solo di un’anima triste ma anche di un “corpo” da salvaguardare – meritevole di rispetto, innanzitutto da noi stessi. Ascoltare la propria tristezza, accoglierla e riconoscerla per guarirla: tutto qui. Quello che – da bambini – ci sembrava un elefante in realtà si scopre che è un topolino. Spesso gli specialisti consigliano di tenere una memoria, scrivere ciò che li ha fatti soffrire da piccoli per far ricostruire i pezzi di un vaso rotto (se stessi) uno ad uno. Un diario, un riassunto, o una lettera a chi ci ha fatto del male – senza necessariamente spedirgliela – è utilissimo per sfogarsi e buttar fuori emozioni altrimenti abortite perché non elaborate razionalmente, foss’anche solo con lo scriverle su un foglio o al pc. Il pensiero razionale serve a non impazzire; la continua ricerca di stimoli cela un timore del silenzio mentale, della pausa, del vuoto, vuoto senza il quale – però – non inizia il fondamentale “processo ideativo”, in una parola: il vuoto serve a “creare”. La  creatività è una risorsa innata che – se frustrata – porta a scompensi e alienazione. Buon appetito.

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