Aspetta, faccio io

di ADA MARGHERITA BRACCIOLI · PUBBLICATO 4 FEBBRAIO 2019

“Aspetta, faccio io”, quante volte lo avete sentito nella vostra quotidianità? Siate voi mamme, papà, zii, nonni o semplicemente figli, questa è la frase più gettonata nella routine di una famiglia, soprattutto quando ci sono dei bambini. Cosa porta un adulto a dire questo? La fretta, la praticità, la vita che corre e non aspetta nessuno.
Provate ad immedesimarvi per un momento nella testa di un bambino di circa due anni, qualcuno potrebbe quasi ricordarsi la sensazione sperduta ed euforica di affrontare una nuova giornata. Ogni minuto, da quando ci si alza è fatto di nuove piccole scoperte, magari ascoltate un vocabolo a colazione che papà non aveva mai detto prima, e subito cercate di memorizzarlo sperando di scoprirne prima o poi il significato. Gli attimi si riempiono di esperienze, novità, cose incomprensibili e bellissime, un mondo di NON SO, o , NON VEDO L’ORA DI SCOPRIRLO.
Pensate invece alla giornata di un adulto, vivere le routine diventa un macigno più che un momento di conforto, tutto già visto, tutto così prevedibile, e quando non lo è .. beh, non ci voleva proprio. Un mondo di LO SO GIÀ. Con questo non voglio dire che tutti gli adulti sono sull’orlo di una crisi di nervi, ma che la capacità di empatizzare diventa più unica che rara, portandoci spesso a tradurre ogni tipo di malessere di un bambino o come fosse un capriccio o una grave malattia.
Intorno agli anni venti Maria Montessori diceva “ AIUTAMI A FARE DA ME” , sono passati quasi 100 anni, ma l’attualità di questa frase è rimasta immutata. L’attenzione che si presta al bambino non deve essere fatta soltanto di presenza e servilismo, perché quest’ultimo non lo renderà mai un essere umano cosciente di ciò che può o non può fare.
Osservare il bambino è l’aiuto più prezioso che possiamo offrirgli, seguire con gli occhi i suoi tentativi non fanno altro che motivarlo a mettersi alla prova con qualcosa che forse fino a pochi minuti prima sembrava un limite insormontabile. Problemi che per noi appaiono piccoli diventano grandi spunti di apprendimento e formazione psicofisica.
Riuscire, primeggiare, eccellere hanno poco valore senza prima il tentativo e la ripetizione. Il fallimento è il primo traguardo importante da raggiungere, solo grazie ad esso sappiamo come rialzarci e riprovare.
Come avete imparato ad allacciarvi le scarpe? E ad abbottonarvi il grembiule? Vi ricordate quanto ci avete messo per imparare a farlo ad arte? Lasciate che l’esperienza vinca sul risultato. Donate a quelle piccole donne e piccoli uomini il lusso di risolvere da soli ciò di cui hanno bisogno senza per forza fornirgli la soluzione bella e pronta (magari a piè pagina, come nei migliori cruciverba da viaggio).

Copyright © WellTribune

error: Il contenuto è protetto da copyright !