Viaggio nella catena alimentare

di REDAZIONE WELLTRIBUNE.IT · PUBBLICATO 25 SETTEMBRE 2018

La plastica ne è ormai entrata a far parte

Otto milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare ogni anno. Comprese quelle che si trovano in alcuni prodotti cosmetici come scrub o dentifrici. Si frammentano fino a diventare piccole particelle, un insieme di polimeri invisibili a occhio nudo, e diventano ‘microplastiche’, che ci ritroviamo in tavola. Le microparticelle sono frammenti plastici di dimensioni comprese tra il mezzo centimetro e gli 0,1 micrometri, cioè circa 100 volte più piccole di un capello umano. Le nanoparticelle, che possono originarsi dalle microplastiche in seguito a un’ulteriore degradazione, hanno dimensioni comprese tra 1 e 100 nanometri, cioè fino a 80 mila volte più sottili di un capello. Le nanoparticelle negli alimenti sono state più volte al centro del dibattito per la mancanza di dati certi sulla loro sicurezza. La catena della loro contaminazione appare lunga e complessa. La microplastica è tutt’altro che innocua: vettore principale per sostanze tossiche come interferenti endocrini, molecole cancerogene e batteri. Secondo lo studio dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), dal titolo “Primary microplastics in the oceans“, le microparticelle possono contribuire fino al 30% della cosiddetta “zuppa di plastica” che soffoca i nostri mari. Anzi in molti Paesi sviluppati, in particolare in Nord America e in Europa – sottolineano i ricercatori – queste particelle sono una fonte di inquinamento maggiore dei più comuni rifiuti di plastica. “Una potenziale preoccupazione riguarda le elevate concentrazioni di agenti inquinanti quali i policlorobifenili (PCB) e gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), che possono accumularsi nelle microplastiche” afferma Peter Hollman, ricercatore capo presso l’istituto di ricerca Rikilt nonché professore associato di nutrizione e salute presso l’Università di Wageningen nei Paesi Bassi. “Potrebbero anche esserci residui di composti utilizzati negli imballaggi, come il bisfenolo A (BPA). Alcuni studi indicano che le microplastiche, dopo il consumo negli alimenti, possono trasferirsi nei tessuti. Sappiamo che le nanoparticelle di sintesi (da diversi tipi di nanomateriali) possono penetrare nelle cellule umane, con potenziali conseguenze per la salute”.Il pianeta è letteralmente invaso dalla plastica: il 35% degli uccelli marini ne ha frammenti nello stomaco, il 18% tonni e pescespada, e l’80% di tartarughe l’ha ingerita. C’è nei molluschi, nei frutti di mare, nel sale marino, nelle acque (di fiumi, di rubinetto, perfino nelle minerali), come conferma uno studio pubblicato siu Environmental Science and Technology, rivista dell’American Chemical Society. Il pericolo arriva anche dalle microplastiche provenienti da pneumatici e tessuti sintetici; entro il 2020 l’Italia dovrà vietare cosmetici e prodotti per il corpo contenenti microperle a base di materie plastiche. Le bibite più vendute nei supermercati (Pepsi, S. Benedetto, Schweppes, Beltè, Coca-Cola, Fanta, Sprite) sono state sottoposte ad analisi, e molte di queste sono risultate contaminate, con valori che vanno da un minimo di 0,89 microparticelle per litro (mpp/l) ad un massimo di 18,89 mpp/l (Seven Up), come rivela l’inchiesta de “Il salvagente”. Gaetano Benedetto, Direttore Generale WWF Italia:”La plastica è un nemico invasivo: per questa ragione nella nostra petizione (che si può firmare schange.org/plasticfree) chiediamo che gli Stati europei vietino da subito 10 prodotti di plastica usa e getta; che venga introdotta una cauzione sui prodotti in plastica usa e getta; che siano messe fuori produzione in Italia le microplastiche da tutti i prodotti (a cominciare dai detergenti) entro il 2025, confermando il divieto delle microplastiche nei cosmetici dal primo gennaio 2020, stabilito dalla Legge di Bilancio 2018; che sia finanziato non solo il censimento degli attrezzi da pesca “fantasma”, cioè dispersi in mare ma anche il loro recupero e il corretto smaltimento“.

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